In Breve
- Qual è la scoperta principale nel sito di Oued Beht?
- È stata trovata una struttura difensiva risalente a 4.000 anni fa, la più antica al di fuori della Valle del Nilo.
- Quali sono le caratteristiche della struttura difensiva?
- La struttura comprende un fossato e un terrapieno, con evidenze di una muratura medievale sovrastante.
- Qual è l'importanza di questa scoperta?
- Offre nuove prospettive sulla storia sociale e culturale del Nord Africa e sul confronto con altre civiltà mediterranee.
Scavi recenti nel sito di Oued Beht, situato nella provincia di Khémisset nel nord-ovest del Marocco, hanno portato alla luce un vasto sistema difensivo composto da fossato e terrapieno, databile tra l’inizio e la metà del II millennio a.C. (circa 3.500–4.000 anni fa). Questa scoperta, avvenuta durante la terza campagna dell’Oued Beht Archaeological Project, rappresenta la più antica opera difensiva documentata in Nord Africa al di fuori della Valle del Nilo.
Le datazioni al radiocarbonio, ben diciassette in totale, hanno permesso di stabilire una sequenza costruttiva chiara, evidenziando come il complesso difensivo bloccasse l’estremità meridionale dell’insediamento, sfruttando la conformazione naturale del crinale. Inoltre, le evidenze raccolte indicano un progressivo spostamento dell’abitato verso lo sperone roccioso a sud, suggerendo una strutturazione sociale più organizzata rispetto a quanto documentato in precedenza.
Il sito di Oued Beht era già conosciuto dal 2021, quando gli archeologi avevano identificato un abitato esteso su circa dieci ettari, risalente alla metà del IV e agli inizi del III millennio a.C. Questo insediamento era associato a una comunità agricola attiva in reti di scambio che si estendevano fino alla penisola iberica.
I dati emersi offrono nuovi spunti di confronto con fenomeni contemporanei nell’area mediterranea, in particolare con la cultura di El Argar, presente nella penisola iberica meridionale, dove nello stesso periodo si osservano insediamenti fortificati e attività metallurgiche.
La ricerca è stata condotta in collaborazione con istituti e università internazionali e ha visto il coinvolgimento attivo della comunità locale. I risultati di questa importante scoperta sono stati pubblicati sulla rivista Libyan Studies.

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